Lo ha indicato la Direzione regionale riunita sabato 10 ottobre a Padova. Ordine del giorno unitario votato all’unanimità.

Dopo la sconfitta alle elezioni regionali del 20 e 21 settembre 2020, il Partito democratico del Veneto ha deciso di avviare la fase congressuale che dovrà tenersi nei primi mesi del 2021. La Direzione regionale ha votato all’unanimità un ordine del giorno trasversale che da mandato al segretario regionale e alla segreteria regionale di avviare gli atti necessari a organizzare il congresso anche anticipatamente rispetto alla scadenza naturale del 30 aprile 2021.

Dovrà essere un appuntamento preceduto da una fase di ascolto con i portatori di interesse e da una campagna di tesseramento, posto che quella 2020 è stata di fatto impossibile da parte dei circoli a causa dell’emergenza sanitaria prima e immediatamente dopo, dall’avvio della campagna elettorale per le regionali.

Come hanno sottolineato tutti gli intervenuti alla Direzione di sabato, saranno fondamentali le idee da mettere a confronto per affrontare quei problemi che lasciano il centrosinistra veneto all’opposizione da ormai 25 anni.

Di seguito la relazione del segretario Luigi Alessandro Bisato.

Buon pomeriggio a tutti,

la riunione della Direzione che mi accingo ad aprire segue per la quinta volta consecutiva in 25 anni una cocente sconfitta elettorale alle elezioni regionali, aggravata dalla conferma del centrodestra nelle città al voto. Con l’eccezione di Dolo, dove già governavamo e di altri centri medio piccoli restiamo all’opposizione a Venezia, Portogruaro e Castelfranco Veneto.

Grazie a Pierpaolo Baretta per il grande lavoro e per averci messo faccia, scarpe e passione nella sfida di Venezia. Ma anche a Santandrea a Portogruaro e Sebastiano Sartoretto ad un’incollatura da diventare Sindaco a Castelfranco.

Tornando alle elezioni regionali qualcuno o molti, riferiscono che non si è trattato di elezioni normali, di una campagna elettorale normale e che, a condizioni eccezionali, corrispondono risultati altrettanto eccezionali.

Una pandemia mediatica imperante che per 150 giorni ha dato la visione di un solo uomo utile al Veneto.

Tutto vero, ci mancherebbe, ma invito tutti e ciascuno a non giustificare un fatto comunque epocale, con le contingenze legate all’emergenza sanitaria o a una campagna elettorale condotta sotto le calure agostane. Il centrosinistra in Veneto è ai suoi minimi storici, mai registrati finora in 75 anni di democrazia repubblicana e 50 anni di esistenza delle Regioni. Al di là degli effetti e dei risvolti, le urne ci hanno messo davanti alla realtà: siamo una minoranza culturale all’interno della nostra regione, siamo poco e male ‘connessi’ con i cittadini che aspiriamo di rappresentare. I motivi sono diversi, ciascuno scelga pure quello che ritiene più congruo o strumentalmente utile: mancanza di una leadership riconosciuta, mancanza di posizionamento – per cui nessuno riesce a comprendere realmente quali siano gli interessi che rappresentiamo o tuteliamo o difendiamo o promuoviamo, conflittualità accesa su alcuni temi chiave come, solo per fare i principali esempi, infrastrutture e autonomia, conflittualità tra le correnti e conflittualità all’interno delle stesse. Io le scelgo tutte queste ragioni, altre me le potrete sicuramente suggerire voi, per restituirvi quanto sempre più spesso sento provenire dalle persone, dai militanti ma anche dai quadri intermedi del Partito: il Pd è un veicolo per le ambizioni legittime dei singoli ma non riesce a diventare mai , in questo Veneto, una alternativa sociale di tanti.

I dati

Il Presidente uscente Luca Zaia stacca il candidato del centrosinistra Arturo Lorenzoni di oltre 60 punti e si insedierà la settimana prossima per il terzo mandato consecutivo.

Zaia è stato riconfermato con il 76,8% dei voti validi: si tratta del consenso più alto mai registrato in una Regione dal 1995, anno in cui in Italia è stata introdotta l’elezione diretta del Presidente della Regione. Il nostro candidato del centrosinistra Arturo Lorenzoni, si è invece fermato al 15,7%, mentre il candidato del Movimento 5 Stelle, l’ex senatore Enrico Cappelletti, ha ottenuto il 3,2%. Nessuno degli altri candidati, compresa la rappresentanza di Italia Viva, ha superato l’1% e la lista Rubinato allo zero virgola.

La lista Zaia Presidente ha ottenuto ben il 44,6% dei voti, quasi il triplo dei voti incassati dalla Lega (16,9%). In ascesa anche Fratelli d’Italia, che con il 9,6% delle preferenze quadruplica i propri voti assoluti rispetto al 2015. Il Partito Democratico si ferma invece all’11,9% e il Movimento 5 Stelle non va oltre il 2,7%, con un candidato riammesso in Consiglio dalla Corte d’Appello di Venezia.

Il risultato elettorale del Pd e della coalizione tutta di centrosinistra è semplicemente deludente, molto deludente.

Questo non mi impedisce di ringraziare pubblicamente Arturo Lorenzoni per lo sforzo fatto, viste anche le traversie personali a cui è andato incontro dopo aver contratto il virus e limitando fortemente la campagna elettorale.

Con lui ringraziamo tutte le donne e gli uomini che si sono spesi in questa campagna elettorale: militanti, simpatizzanti e candidati.

Salutiamo e auguriamo buon lavoro in consiglio regionale agli eletti del Pd (in ordine alfabetico): Anna Maria Bigon, Vanessa Camani, Jonathan Montanariello, Giacomo Possamai, Andrea Zanoni, Francesca Zottis. Buon lavoro!

Un sincero ringraziamento anche a tutti gli altri candidati nelle liste provinciali che non sono risultati eletti anche se hanno avuto importanti risultati in termini di preferenze.

Un sentito e doveroso grazie ai consiglieri regionali uscenti per il lavoro fatto in questi anni. Dal capogruppo uscente Stefano Fracasso, al vicepresidente uscente del Consiglio regionale Bruno Pigozzo, al consigliere Graziano Azzalin e al consigliere Claudio Sinigaglia al quale inviamo un caloroso, calorosissimo saluto e abbraccio.

Il primo dato che salta all’occhio è comunque l’altissima percentuale di consensi ottenuti da Zaia: in tutti i comuni del Veneto la sua vittoria è stata schiacciante, dimostrando come il consenso di cui gode sia uniforme su tutto il territorio. Basti pensare che nel comune dove il distacco da Lorenzoni è stato più basso, ossia Padova, Zaia ha comunque ottenuto 28 punti in più del candidato del centrosinistra. In alcuni comuni, inoltre, la percentuale ottenuta da Zaia è plebiscitaria e va oltre il 90%: la percentuale più elevata la raccoglie in particolare a San Mauro di Saline, nel veronese, dove tocca il 93,1%.

Faccio mie le parole del segretario nazionale Nicola Zingaretti: Non solo le forme politiche e istituzionali si sono slabbrate; ma anche insediamenti umani fondamentali: la famiglia, le comunità solidali, le istituzioni morali e religiose, la rete ampia di una partecipazione civica, sono sotto attacco o in trasformazione. Da qui un grande disorientamento.

Ma soprattutto aggiunge:

Occorre trasformare le correnti in aree creative di pensiero, di cultura, di egemonia progettuale e ideale.

Come succede spesso dopo una tornata elettorale deludente in Italia e disastrosa in Veneto, iscritti, militanti ed elettori del Pd fanno una domanda esplicita di coesione. Un’unità da esprimere in questa fase in cui siamo all’opposizione ma anche a memoria futura, quando auspicabilmente torneremo al governo. Abbiamo commesso molti errori. Io per primo non mi sottraggo alle mie responsabilità e auspico che qui tutti facciamo altrettanto. Non ci servono capri espiatori né sommarie rese dei conti. Se vogliamo guardare al futuro anziché rimanere avvinghiati al passato, dobbiamo prendere nota della lezione e del fatto che, ancora una volta, i nostri elettori ci indicano una via d’uscita e una strada da seguire. Il Pd rimane un grande partito plurale proiettato al futuro. Questo significa che le due principali aree che lo compongono, una socialdemocratica e una riformista non potranno fare a meno l’una dell’altra. Non solo in termini numerici, ma soprattutto per produrre la sintesi politica di cui il nostro paese e anche la nostra regione ha necessità per affrontare i problemi a livello territoriale, nazionale ed europeo.

Il populismo

Trovo restrittiva e inutilmente consolatoria anche la spiegazione secondo cui abbiamo perso e perso in modo tanto marcato, perché di fronte avevamo un campione di populismo.

Come ha sottolineato qualcuno di noi, Zaia è assimilabile a laico Patrono del Veneto: con la politica non ha nulla a che vedere; è stato proclamato, non eletto, per caratteristiche personali, per abilità nelle relazioni e nella comunicazione, non per una piattaforma politica e amministrativa.

Cosa se ne farà di questo tangibile sogno d’amore da parte dei veneti il nostro Luca? Le stesse identiche cose che ha fatto nei 10 anni precedenti, ovvero nulla. Continuerà a battere cassa a Roma, la capitale mantiene pur sempre la sua attrattiva negativa e quando c’è da affibbiare responsabilità per quel che non funziona risponde sempre Presente! e proseguirà a farsi vanto dei meriti altrui.

Mi rifaccio qui ad alcune riflessioni di Papa Francesco sulla leadership e sul populismo nell’enciclica di fresca uscita Fratelli tutti: Ci sono leader popolari capaci di interpretare il sentire di un popolo, la sua dinamica culturale e le grandi tendenze di una società. Il servizio che prestano, aggregando e guidando, può essere la base per un progetto duraturo di trasformazione e di crescita, che implica anche la capacità di cedere il posto ad altri nella ricerca del bene comune. Ma esso degenera in insano populismo quando si muta nellabilità di qualcuno di attrarre consenso allo scopo di strumentalizzare politicamente la cultura del popolo, sotto qualunque segno ideologico, al servizio del proprio progetto personale e della propria permanenza al potere. Altre volte mira ad accumulare popolarità fomentando le inclinazioni più basse ed egoistiche di alcuni settori della popolazione. Ciò si aggrava quando diventa, in forme grossolane o sottili, un assoggettamento delle istituzioni e della legalità.

I gruppi populisti chiusi deformano la parola popolo, poiché in realtà ciò di cui parlano non è un vero popolo. Infatti, la categoria di popolo è aperta. Un popolo vivo, dinamico e con un futuro è quello che rimane costantemente aperto a nuove sintesi assumendo in sé ciò che è diverso. Non lo fa negando sé stesso, ma piuttosto con la disposizione ad essere messo in movimento e in discussione, ad essere allargato, arricchito da altri, e in tal modo può evolversi.

Unaltra espressione degenerata di unautorità popolare è la ricerca dellinteresse immediato. Si risponde a esigenze popolari allo scopo di garantirsi voti o appoggio, ma senza progredire in un impegno arduo e costante che offra alle persone le risorse per il loro sviluppo, per poter sostenere la vita con i loro sforzi e la loro creatività”.

Ma ripeto, demagogia e populismo dei nostri avversari politici, costituiscono un’aggravante, non una giustificazione. Perché nessuno di noi, al di là delle legittime aspirazioni personali di ciascuno, ha saputo contrapporre un pensiero e una cultura non dico alternative, ma anche solo differenti.

Ci sono vari tipi di elettori, li potremmo esemplificare così:
Gli elettori che votano con il cuore sono gli idealisti, quelli che hanno aderito da tempo al partito per ragioni ideali perché si identificavano e si identificano con i suoi valori generali. Non solo gli ex PCI, ma anche gli ex DC, i leghisti della secessione, i grillini del vaffaday. Gli idealisti costituiscono lo zoccolo duro di tutti i partiti perché sono i meno critici nei confronti dell’evoluzione della linea del partito e sono portati a giustificare/comprendere anche comportamenti profondamenti diversi da quelli previsti dal modello originario. Sono fedeli ad oltranza.

Quelli che votano con la pancia sono gli arrabbiati, quelli che ce l’hanno a morte con qualcosa o qualcuno e colgono l’occasione del voto per esprimere la loro protesta. Sono reattivi e non proattivi, disposti a distruggere senza pensare a cosa accadrà dopo qualora la loro protesta dovesse avere successo. Non entrano nel merito dei singoli provvedimenti ma votano contro chi li ha proposti a prescindere.

Quelli che votano con le mani usano appunto le mani per estrarre il portafoglio. Votano per tutelare i loro interessi direttamente economici e sono poco sensibili a tutto quanto non ha ricadute economiche, positive o negative, direttamente su di loro. Votano per chi gli promette più soldi o, quantomeno, di tassarli meno. Secondo gli economisti sono i veri attori razionali perché mossi esplicitamente dall’interesse.

Quelli che votano con la testa sono pochissimi. Non sono necessariamente quelli più intelligenti, come la metafora parrebbe suggerire, ma sono quelli che votano per quel partito che sembra proporre il mix più ragionevole tra ragioni del cuore, della pancia e delle mani. Sono quelli che non si identificano personalmente più di tanto con ideali, proteste, interessi ma votano per quel partito che sembra avere la capacità di governare al meglio queste tre dimensioni spesso in contrasto tra di loro.

Vince le elezioni chi in quel momento specifico sa cogliere gli umori dell’elettorato, cioè quali delle quattro dimensioni prevalgono in quello specifico momento.

Ideali, protesta, interessi, ragionevolezza, a naso noi ci siamo rivolti solo ai primi e agli ultimi, senza considerare tuttavia che i primi sono in drastica diminuzione, come si dice, sono una categoria molto volatile, mentre gli ultimi, i ragionevoli, sono una sparuta minoranza a cui non viene neppure offerto diritto di tribuna sui media.

Ed è proprio questo che ci è mancato: la comprensione del Veneto profondo, della società in una Regione che pesa come uno Stato e abbraccia tante sensibilità e tante storie. Abbiamo il doppio degli abitanti della Slovenia e siamo poco più piccoli di Israele: sta a noi prendere sul serio questa terra per elaborare una proposta alternativa.

Il Veneto produttivo è fatto di gente laboriosa: artigianato, commercio, export di qualità, piccole e medie industrie all’avanguardia, eccellenze enogastronomiche e attrazioni turistiche che il mondo ci invidia.

Certo non mancano le storture, i ritardi infrastrutturali, le drammatiche emergenze ambientali ed il dissesto idrogeologico.

Spetta a noi incanalare il Veneto verso un futuro che coniughi lo sviluppo con la tenuta ambientale e l’inclusione di tutti. Spetta a noi “evocare” nella testa e nel cuore dei veneti una simile prospettiva.

Guardare il nostro territorio senza paraocchi, senza paura di parlare col contadino o l’operaio che parla solo dialetto o l’uomo della strada che inveisce per la mancanza di sicurezza o ha paura del diverso.

Anche a loro dobbiamo parlare, non solo alle città evolute che viaggiano come avanguardia dell’Europa.

Ebbene, cari amici, in alcune realtà amministrative riusciamo a parlare anche a queste categorie sociali, anche a queste persone, ma a livello regionale non esistiamo più e non siamo riconosciuti come alternativa.

La leadership

È fuori di dubbio che il Partito democratico oggi sconti in Veneto una carenza di leadership. Gli effetti sono nella mancanza di una voce unica sulle tante questioni aperte, amministrative, politiche e sociali e sull’incapacità di determinare una linea politica e una conseguente agenda pubblica in cui si riconoscano gli elettori, i militanti, come pure quei pezzi di società potenzialmente interessati alla costruzione di un’alternativa di governo. Lascio a voi discutere se la prima sia causa della seconda o viceversa. Qui ci interessa il dato: i nostri avversari parlano con una voce sola e hanno poche e semplici parole chiave ripetute ossessivamente. In un periodo di sovraccarico delle informazioni a cui tutti noi siamo costantemente sottoposti, converrete che la loro è una strategia, oltre che vincente come dimostrano i fatti, capace di sfruttare al meglio linguaggi, metodi e mezzi della comunicazione moderna.

Il PD perde anche in quanto partito di governo e se a voi sembra paradossale a me sembra un errore madornale non essere riusciti ad agganciarci al governo con il più alto grado di consensi della storia repubblicana. Dai Veneti siamo visti come i dipendenti delle prefetture, dei controllori locali del governo di Roma. Ed ha così buon gioco la narrazione della destra, quella sì di governo inossidabile e di controllo e gestione del potere dal 1970 a oggi, salvo brevi parentesi, che fodera le proprie insipienze e incapacità allargando le braccia e indicando la strada per Roma: “ho le mani legate da Roma, al governo fanno solo confusione, ci mancano le risorse, e via discorrendo.

Incapaci di definire una linea politica, senza un’agenda pubblica alternativa, privi di leadership e schiacciati nell’immaginario collettivo come i gendarmi del governo centrale a noi resta solo la ragionevolezza che è la merce di scambio meno appetita sul mercato elettorale.

I partiti che vincono (Lista Zaia, Lega, Fratelli d’Italia) sono partiti monolitici, dove non esiste il dissenso (almeno all’esterno) e parlano in pochi, anzi parla sempre e solo uno e i gregari si accodano, dicendo le stesse cose in quanto parlano a nome del partito e non di sé stessi o della loro corrente. È evidente che agli elettori questo piace.

Il PD è l’esatto contrario: tutti i conflitti sono sempre resi pubblici. Le componenti non si limitano a confrontarsi sulle idee all’interno degli organismi. Le posizioni diverse spesso non sono solo sfumature ma vere e proprie posizioni antagoniste difficilmente conciliabili. Sembra che viviamo perennemente in una fase congressuale dove ciascuno lavora per vincere il congresso successivo.

La retorica del partito parla del valore del partito plurale e pluralista ma agli elettori non resta nulla se non disorientamento, semplicemente perché alla fine non si capisce mai dove stia davvero il partito. La scienza della comunicazione spiega che messaggi contraddittori creano “rumore”, cioè confusione che produce perdita di senso. Agli elettori piacciono i messaggi chiari, semplici, lineari perché così almeno riescono a comparare le diverse proposte.

Dopo ogni sconfitta ci diciamo “questa volta abbiamo capito, dobbiamo cambiare” e poi non cambia nulla. Non lo so se stavolta sarà diverso, so per certo che se non faremo un patto forte tra di noi, andremo incontro a numerose altre sconfitte. Dovremo tutti rinunciare a qualcosa, certo, dovremo tutti metterci a disposizione di un nuovo progetto, certo, e non vedo alternative.

Nel mio piccolo, sono stato chiamato dal Partito dopo la sconfitta di cinque anni fa. Chiamato ed investito del ruolo dalle primarie aperte. Sono arrivato con la voglia dell’uomo libero che nel suo impegno nelle Istituzioni riusciva e riesce ad interpretare “pezzi” di società oltre l’argine di quelli che già stanno dentro. E poi, dal giorno dopo, si è tornati al fenomeno carsico, strisciante e sotterraneo delle divisioni e del conseguente stallo.

Ricostruire tutto è ciò di cui abbiamo bisogno, non tanto e non solo partendo dai ruoli e dalle pedine ma iniziando dalla cultura politica e dai riferimenti ideali del centrosinistra veneto.

Anche quando con difficoltà si trovano l’identità, l’uomo e la traiettoria, dal giorno dopo c’è qualcuno che mette in discussione tutto. Pensate se questo succedesse in un’azienda, in un’officina, in un albergo. Chi mai porterebbe a casa il pane (il consenso) in un contesto così deteriorato?

La fase nuova

Penso e credo che nulla possa essere più come prima. È probabilmente vero, come ha detto qualcuno di voi, che il 22 settembre è cominciato il ‘dopo Zaia’. Temo però che ciò avverrà senza di noi. Se vogliamo essere protagonisti, nel presente e nel futuro di questa nostra regione dobbiamo cambiare partendo da un’analisi aperta e senza scuse della realtà. Il Pd prende l’11,9 % perché Bisato ha sbagliato il candidato, peraltro scelto da tutti noi, o perché sotto tre strati di pelle non c’è una nervatura connessa al Veneto?

Per questo rimetto alle disposizioni di questa Direzione Regionale il mandato mio e quello della segreteria unitaria che da un anno e mezzo guida il Partito Democratico del Veneto. È venuto il momento di avviarci verso una fase congressuale che aiuti il partito e tutti noi a riconquistare la fiducia delle persone, delle associazioni e delle imprese.

Auspico che questa fase sia segnata non da recriminazioni e tattiche interne, ma da un serio lavoro di approfondimento, di analisi delle cause che ci hanno portato lustro dopo lustro a perdere ogni elezione regionale. Propongo di approfittare di questo tempo per riprendere i fili delle relazioni con i portatori di interesse, dai sindacati alle associazioni di categoria, dall’associazionismo e del Terzo Settore ai rappresentanti delle istituzioni. Dobbiamo avere l’umiltà di ascoltare le ragioni di tutti e di ciascuno e la forza di produrre sintesi che, pur non soddisfacendo tutti (questo sarebbe irrealizzabile), per lo meno siano condivise dalla maggioranza di noi.

Auspico una fase congressuale dove si possano confrontare idee e proposte di lavoro, una fase che coinvolga in primo luogo le forze più dinamiche della nostra società, quelle stesse che purtroppo il Veneto per ragioni diverse, sta perdendo: i giovani che a migliaia se ne vanno in silenzio e le donne, che in numero sempre più ampio rinunciano al lavoro, alla professione, alla carriera perché l’assenza di servizi alle famiglie le schiaccia inesorabilmente sulle attività di cura.

Alla fase congressuale deve essere propedeutica la campagna di tesseramento che nella stragrande maggioranza dei Comuni i circoli non sono riusciti a portare avanti nel 2020 a causa dell’emergenza sanitaria. L’intero percorso dovrebbe svolgersi entro i primi mesi del 2021 fino alla costituzione della commissione congressuale.

Il segretario
Luigi Alessandro Bisato

L’ordine del giorno approvato dalla Direzione regionale

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