E no, Zaia non c’entra nulla. Se mai ha cercato di smantellarlo. Persino Galan aveva resistito

I nodi vengono al pettine e dopo il disastroso approccio del Veneto alla seconda ondata della pandemia alcuni esperti hanno deciso di uscire allo scoperto e riportare l’attenzione sui fatti (di oggi) e sugli eventi (nella storia recente) liberandoci almeno per un attimo dall’asfissiante ‘narrazione’ del presidente della giunta regionale. Ossessionato dalle contingenze e dal consenso, Zaia utilizza le parole come strumento principale di manipolazione e si cura di omettere fatti, dati e per l’appunto le corrette ricostruzioni storiche che spiegano come e perché il modello sanitario veneto, così come quello toscano ed emiliano, siano stati maggiormente pronti ad affrontare la prima ondata di Covid19. E anche perché l’insistenza sul ‘giallo’, abbiamo fatto da detonatore per il virus.

Ora, al netto delle critiche del Partito democratico che a seconda di chi le osserva possono essere considerate strumentali o un contributo per affrontare i problemi, da qualche tempo i media regionali danno rilievo a interventi che mettono in forte discussione la ‘narrazione’ della giunta regionale. E no, non si tratta solo di Andrea Crisanti a cui pure va riconosciuto il merito di averci avvisati per tempo e lasciato inascoltato.

Gli ultimi esempi sono Carlo Santucci, sentito dal Corriere della Sera il 2 gennaio (poi ripreso dal Gazzettino) e l’intervento di Franco Toniolo il 7 gennaio sui giornali del gruppo Repubblica. Santucci è il medico romano che salvò una turista sul treno in Val Pusteria posi assunto a contratto presso il pronto soccorso di Camposampiero. Al Corriere ha manifestato diverse criticità sulla gestione della seconda ondata mettendo a nudo l’impreparazione dell’assessore alla sanità e l’impermeabilità della burocrazia e della politica regionale alle proposte di correttivo avanzate dai medici.

Questo l’articolo uscito sul Gazzettino

Più articolata la riflessione di Toniolo, e non poteva essere diversamente non essendo uomo in prima linea, ma profondo conoscitore della sanità veneta e italiana essendo stato direttore generale della sanità e del sociale della Regione Veneto e presidente di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Nel suo intervento Toniolo ricorda come il modello sanitario veneto prende forma negli anni Sessanta e Settanta, affondando le radici nella cultura e nelle tradizioni venete di unione tra servizi sanitari e servizi sociali che non a casi si basa sulle Ipab.

Sul piano organizzativo e assistenziale il Veneto (L.r. 64/1975) con i “Consorzi sociosanitari – Ulss” anticipò la Riforma sanitaria (L. 833/78) (conosciuta come la riforma del ministro Tina Anselmi ndr). La prima vera e propria programmazione viene stabilita con il “Piano sociosanitario 1982-84” (L.r. 13/84) che contestualmente definisce organizzazione e politiche sia per l’assistenza ospedaliera che per quella territoriale. Ecco l’origine del “modello veneto”, che affonda le sue radici molto indietro nel tempo, ben prima del 2010, anno della prima Giunta Zaia. Chi erano gli attori, politici, istituzionali e sociali? Politici. Innanzitutto la DC, ma anche l’opposizione di allora (PCI in particolare), che nel merito ha sempre attivamente sostenuto tale modello. Istituzionali.

La riforma di allora, sottolinea Toniolo, fu avviata in un contesto di larga partecipazione su diversi livelli

I Comuni furono costantemente consultati, spesso con confronti aspri sulla riconversione degli ospedali, nonché le Università, con le loro eccellenze assistenziali e formative. Sociali. Le organizzazioni sindacali, il composito mondo del sociale, le professioni, furono egualmente protagoniste. I confronti con le odierne politiche e relazioni ognuno potrà agevolmente farli.

Negli anni successivi, avendo lo Stato demandato alle Regioni ampia autonomia in materia sanitaria, si svilupparono differenti modelli. Uno centrato sugli ospedali e sulle singole prestazioni, come in Lombardia, dove le strutture pubbliche e private venivano messe in concorrenza tra loro e la funzione della Regione è essenzialmente regolatoria. In altre regioni si è puntato invece ai

bisogni della persona e della collettività in modo unitario e non separabile (approccio “olistico”). Quindi sono più importanti la presa in carico, la continuità assistenziale, l’integrazione sociale-sanitaria. La Regione ha un ruolo programmatorio e vi è la preminenza del pubblico, con il privato che ha una funzione integrativa. L’esempio più eclatante di tale filosofia è il Veneto (anche l’Emilia Romagna, Toscana e altre).

Il modello, ricorda Toniolo, resiste in Veneto anche dopo il 1995, nonostante le spinte della Lega e di An verso una riconversione al modello lombardo e rimane intatto fino al 2012 quando viene varato il piano sociosanitario della prima giunta Zaia.

a fronte di ulteriori tagli ai posti letto ospedalieri, programma altrettanti investimenti in strutture territoriali (ospedali di comunità, hospice) e un potenziamento del territorio. Ma mentre i tagli vengono fatti, le attivazioni sono circa la metà e in forte ritardo. 

Tutto cambia con il nuovo piano socio sanitario del 2016, quello che riduce le Ulss da 21 a 9 e istituisce l’Azienda Zero in cui

È assolutamente evidente l’inversione di tendenza, sia nel rapporto ospedale-territorio (a discapito di quest’ultimo che subisce importanti tagli) sia nell’integrazione sociale e sanitario. Vi è poi la sostanziale privatizzazione delle RSA-Case di riposo, con un incremento del privato, ecc. Insomma, nonostante una dichiarata volontà politica di confermare il modello veneto e il suo asse principale costituito dall’integrazione ospedale-territorio e sociale-sanitario si è operato nei fatti un avvicinamento al “modello lombardo”, respinto anni prima

Rispetto alla seconda ondata della pandemia, ai dati e ai fatti spesso dimenticati nella bulimia comunicativa del presidente della regione, Toniolo si limita a poche considerazioni

Il Veneto è la peggiore Regione d’Italia. Alcuni hanno tratto frettolose conclusioni, affermando che il modello veneto ha fallito, non è un modello da seguire. Una pandemia come quella in atto nessuna Regione può affrontarla se a monte c’è un sostanziale “liberi tutti”, costituito dalla zona gialla. Paradossalmente il fatto di essere bene organizzati (i dichiarati 1000 posti letto di terapia intensiva) ha contribuito a ritenere che la pandemia si potesse gestirla. Senza entrare nelle polemiche sui dati, sono le stesse autorità regionali a dire che dai 700 effettivamente organizzabili per arrivare a 1000 si dovrebbero utilizzare tutti quelli dedicati alle sale operatorie, paralizzando così l’intero sistema che non potrebbe curare altro. 

Una situazione a cui si è giunti anche per l’utilizzo – molto propagandato – dei tamponi rapidi, una modalità che ha

creato ulteriori problemi. Il Veneto ne ha usati molti di più di altre regioni, e continua. L’Istituto superiore di sanità ha raccomandato che l’uso sia per screening della popolazione (esempio la scuola) e non per il personale sanitario degli ospedali, il personale e gli ospiti delle RSA per anziani, cioè in ambienti delicati e pericolosi per la diffusione del contagio.

L’articolo come apparso sui giornali