L’intervento di Alessandra Moretti alla Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito dell’evento “About Women”, tenutosi sabato 5 settembre al Lido.

 

 

Lo smart working rischia di segnare il ritorno al tinello per molte donne: un balzo all’indietro di decenni che può, ma non deve, far retrocedere nessuna rispetto ai passi in avanti faticosamente condotti in questi anni. La quarantena sembra aver rafforzato alcuni stereotipi di genere, per esempio quello che vede le donne impegnate nella cura della casa e dei figli: il 30,9% delle donne dichiarano di occuparsi prevalentemente loro dei figli, a fronte di solo il 1,4% degli uomini. Gli uomini durante il lockdown si sono dedicati soprattutto al lavoro: è così nell’83,9% dei casi.

E basta varcare le mura domestiche per vedere come persistono ancora troppi stereotipi che regolano la suddivisione dei ruoli e la vita in famiglia: “è meglio privilegiare e tutelare il lavoro dell’uomo”, “è preferibile che sia la donna ad occuparsi  dei bambini”, e qui molta parte in causa hanno gli stipendi e i contratti non paritari, una discriminazione odiosa quanto incomprensibile che condanna le donne a una carriera difficile, da acrobata , spezzettata e assai meno retribuita, pensione compresa. Quando i talenti delle donne, lo sappiamo, sono irrinunciabili proprio per quelle caratteristiche di genere a cui non bisogna rinunciare mai. Parlo di femminilità nella sua più autentica espressione: ovvero della capacità di restare sé stesse, ciascuna a modo suo, donne. Anche e soprattutto quando si ricoprono ruoli di responsabilità perché comportano naturalmente un esempio e un modello. Pensiamo sempre alle bambine e alle ragazze, le donne di domani.

Però adesso la situazione per le donne è delicata, con le scuole chiuse da marzo e costantemente minacciate di essere richiuse al riaffacciarsi della pandemia: lo abbiamo detto tante volte: assurdo che le scuole siano state le prime a chiudere e le ultime a riaprire. L’hanno pagata le mamme, lo sappiamo bene. Senza scuola le donne non lavorano, punto. Ed è puntualmente accaduto che il 4 maggio quando è iniziata la fase 2. gli uomini abbiano preso la porta di casa e siano tornati al lavoro. Le donne no.

E più di tutte sono le madri che sono rimaste in quel nuovo tinello contemporaneo che è lo smart working. Perché, come si diceva, esiste sempre il solito problema, antico come il mondo, che a una madre sempre le si dice: scegli, vuoi lavorare o vuoi stare con tuo figlio? E quindi, come gli orologi andassero al contrario, il papà va al lavoro, la mamma resta a casa.

Infatti io voglio parlare anche ai padri, perché tanto non ci sono aiuti che tengano se in famiglia non cambia la cultura della conciliazione da esclusivo a condivisa: ma voi l’avete vista davvero la madre dei vostri figli fare, o tentare di fare, una call di lavoro, scrivere un progetto o un articolo o seguire una lezione con un bimbo di tre anni in braccio? Perché, vedete, noi possiamo continuare a combattere a spron battuto, fare leggi e investire, come abbiamo fatto al governo con il family Act e il rivoluzionario assegno universale, ma davvero: non ci saranno provvedimenti che basteranno se la parità di genere non entrerà nelle mura di casa.

Questa è la verità: uomini e donne devono camminare allo stesso passo, insieme. Riequilibrio ora significa che gli uomini devono condividere la cura perché la crisi rischia di lasciare a casa le donne e se le donne restano a casa e non lavorano e non si fanno più figli: non penso che vogliamo piangere anche per le culle vuote dopo questa crisi terribile. Occorre adesso avere il coraggio di cambiare il futuro.

Siamo a un punto di svolta: il 2020 è l’anno zero delle donne, l’anno in cui rischiano di tornare indietro di un secolo. Tutte le conquiste femminili, la loro autonomia, l’emancipazione, i diritti che sono diritti di una comunità e non di una categoria contro l’altra, sono messi a repentaglio dalle conseguenze del Covid. Io dico che non può essere più facile mettere in Smart working le donne degli uomini, che ci vuole parità nel rientro al lavoro, da parte dei datori di lavoro e dell’intera società, che non deve spuntare all’orizzonte di questa pandemia anche il pregiudizio automatico che dice: io lavoro, tu a casa. Perché rischiamo di perdere una intera classe dirigente femminile, di lasciare indietro splendide carriere magari appena iniziate, o di respingere competenze e professionalità in un tempo che credevamo sparito per sempre. Non diamo mai per scontato ciò che abbiamo avuto. E allora: giusto occuparsi di donne adesso, giusto fare questo dibattito, giusto tutto. Però io voglio parlare anche agli uomini, affinché condividano al 50% la cura dei figli. Lo Smart working non deve diventare un club per signore, perché presto potrebbe trasformarsi nel peggiore disastro sociale: quello che vede le donne respinte nei recessi di un tempo illiberale perché ingiusto, dove il genere coincideva con l’obbligo di vivere una vita che non sentivi tua. L’identità è un dovere di ciascuno perché conduce al benessere di una comunità.

Quindi, chiedo agli uomini il bonus più importante. Il bonus papà. Solo insieme si vince, in una famiglia e in una comunità.

On. Alessandra Moretti